Caio Giulio Cesare 100-44 a.C.

 

nacque a Roma nel 100 a.C.

Faceva parte dell'antichissima e nobile "gens Julia", discendente da Julo, figlio di Enea e, secondo il mito, a sua volta figlio della dea Venere.
Era anche legato al ceto plebeo, in quanto sua zia Giulia aveva sposato Caio Mario.
Inoltre era nato nel quartiere popolare della Suburra.

Ebbe subito ambizioni politiche di carattere popolare legate a Mario e finiti gli studi, verso i sedici anni, partì con Marco Termo verso l'Asia, dove era in corso una guerra. In Oriente conobbe Nicomede, re di Bitinia, dove si fermò per quasi due anni.
Tornato a Roma diciottenne, Cesare sposò, per volere del padre, Cossuzia, ma alla morte di questi, la rinnegò per prendere in moglie la bella Cornelia, figlia di Cinna, luogotenente di Mario, scatenando così l'ira del potente dittatore Silla, che per altro aveva intuito le qualità del giovane.

Le disposizioni del tiranno prevedevano che Cesare ripudiasse la moglie Cornelia, in quanto figlia di uno dei capi del partito democratico. Cesare si rifiutò: la cosa gli costò la condanna a morte e la confisca della dote della moglie; la condanna in seguito, su intervento di amici comuni, fu mutata in esilio. Giulio Cesare
Esiliato appunto in Oriente, vi fece importanti esperienze militari, per terra e per mare. Rientrato nuovamente a Roma nel 69, intraprese il cosiddetto "cursus honorum": venne eletto alla carica di questore, grazie ai voti acquistati con il danaro prestatogli da Crasso. La carica gli fruttò il governatorato e un comando militare in Spagna, dove per un po' di tempo fronteggiò i ribelli, tornando poi in Patria con la fama di ottimo soldato e amministratore. Tre anni dopo fu nominato propretore in Spagna ma, pieno di debiti, poté partire solo dopo aver saldato tutti i contenziosi, cosa che fece grazie ad un prestito del solito Crasso. Divenne inoltre Pontefice Massimo nel 63 e pretore nel 62.
In Spagna sottomise quasi del tutto gli iberici, riportò un bottino enorme e il senato gli concesse il trionfo, a causa del quale Cesare doveva ritardare il ritorno a Roma. In questo modo gli veniva impedito di presentare la sua candidatura al consolato, infatti la candidatura non poteva essere presentata in assenza del candidato. Cesare andò ugualmente a Roma, lasciando l' esercito fuori dalla città.
Qui, strinse accordi di alleanza con il suo finanziatore Crasso e con Pompeo, in quel momento politicamente isolato: si formò allora un patto

 a tre, di carattere privato, consolidato da un solenne giuramento di reciproca lealtà , che aveva come fine, attraverso una opportuna distribuzione di compiti, la completa conquista del potere (luglio del 60). Il patto è conosciuto con il nome di "Primo Triumvirato".
L'accordo con Pompeo fu favorito dall''atteggiamento dei senatori, che rifiutarono di concedere le terre ai veterani di Pompeo.
A Cesare fu assicurato il consolato per l'anno 59 a. C., Pompeo ebbe il governo della Spagna, Crasso il comando di una spedizione in Asia contro i Parti; a Cesare toccò inoltre per cinque anni il comando della Gallia Narbonese. L'accordo ebbe attuazione pratica con l'elezione di Cesare al consolato; egli fece approvare la legge che assicurava la distribuzione di terre ai veterani di Pompeo.
Nel frattempo, i legami con Pompeo erano stati stretti attraverso il matrimonio di quest' ultimo con Giulia, figlia di Cesare. Per l' anno 58, alla fine del suo mandato, Cesare fece eleggere come suoi successori Gabinio e Pisone; del secondo sposò la figlia Calpurnia, in quanto aveva divorziato dalla terza moglie, Pompea, a seguito di uno scandalo in cui era rimasta coinvolta. Nello stesso periodo chiese e ottenne il consolato della Gallia.
Cesare aveva scelto le Gallie a ragion veduta: egli sapeva di aver bisogno, per poter aspirare al supremo potere, di compiere gesta militari di grande importanza e, soprattutto, di forte impatto. Le Gallie, da questo punto di vista, gli avrebbero appunto offerto l'occasione di conquistare territori ricchi di risorse naturali e di sottomettere un popolo ben noto per le proprie virtù militari e, per questo, molto temuto.
Giulio Cesare - conquiste
In Gallia dove lo avevano chiamato in aiuto gli Edui, minacciati dalla migrazione degli Elvezi. Scacciò i Suebi in Germania e sottomise i Belgi. Sbarcò in Britannia negli anni 55 e 54 a.C., ma non poté insistere in questa impresa a causa della rivolta generale dei Galli sotto Vercingetorige (52 a.C.), capo arverno di eccellenti qualità militari, che Cesare, dopo aver perso a Gergovia, costrinse a chiudersi ad Alesia, nella famosa battaglia dei due valli, ed a darsi prigioniero: la Gallia nel 51 a.C. era sottomessa.

I fatti confermarono pienamente i calcoli di Cesare. Anzi, riuscì ad ottenere risultati che andavano al di là di quanto egli stesso avrebbe mai osato sperare. Le vicende belliche gli offrirono oltretutto l'occasione di costituire un fedelissimo esercito personale e di assicurarsi fama imperitura e favolose ricchezze. Fu in particolare la fase finale del conflitto, quando dovette domare la ribellione capeggiata dal principe Vercingetorige, a mettere in risalto le straordinarie capacità militari di Cesare, che riuscì a sbaragliare il nemico nel proprio territorio e a fronte di perdite ridotte al minimo per i romani.
La campagna militare, cominciata nel 58 a.C. e conclusa nel 51 a.C., fu minuziosamente - e magnificamente - narrata dallo stesso Cesare nei suoi Commentari (il celebre "De bello gallico").
Morto Crasso, sconfitto e ucciso a Carre (53 a.C.) nel corso di una spedizione contro i parti, il triumvirato si sciolse.

Pompeo, rimasto solo in Italia, assunse pieni poteri con l'insolito titolo di "console senza collega" (52 a.C.).

Dopo la dubbia decisione del Senato di sostituirlo nel comando della Gallia, all'inizio del 49 a.C., Cesare rifiutò di obbedire agli ordini di Pompeo, che pretendeva, con l'appoggio del senato, che egli rinunciasse al proprio esercito e rientrasse in Roma come un semplice cittadino. In realtà Cesare rispose chiedendo a sua volta che anche Pompeo rinunciasse contemporaneamente ai propri poteri o, in alternativa, che gli fossero lasciate provincia e truppe fino alla riunione dei comizi, davanti ai quali egli avrebbe presentato per la seconda volta la sua candidatura al consolato. Ma le proposte di Cesare caddero nel vuoto: prese allora la difficile decisione di attraversare in armi il Rubicone, fiume che delimitava allora l'area geografica che doveva essere interdetta alle legioni (fu in questa occasione che pronunciò la famosa frase: "Alea iacta est", ovvero "il dado è tratto").
Era la guerra civile, che sarebbe durata dal 49 al 45. Anch'essa fu molto ben raccontata da Cesare, con la consueta chiarezza ed efficacia, nel "De bello civili" Varcato dunque il Rubicone, Cesare marciò su Roma. Il senato, terrorizzato, si affrettò a proclamarlo dittatore, carica che mantenne fino all'anno seguente, quando gli fu affidato il consolato. Pompeo, indeciso sul da farsi,
passando nell'Illiria si rifugiò in Albania.

Fu sconfitto a Farsalo, nel 48 a.C., in una battaglia che probabilmente è il capolavoro militare di Cesare: quest'ultimo, con un esercito di ventiduemila fanti e mille cavalieri, tenne testa vittoriosamente ai cinquantamila fanti e ai settemila cavalieri schierati da Pompeo, perse soltanto duecento uomini, ne uccise quindicimila e ne catturò ventimila.
Pompeo fuggì in Egitto, dove venne assassinato dagli uomini di Tolomeo XIV, il quale credeva in tal modo di ingraziarsi Cesare. Cesare, invece, che aveva inseguito l'avversario in Egitto, inorridì quando gli presentarono la testa di Pompeo. In Egitto Cesare si trovò nella necessità di arbitrare un'intricata disputa su problemi di successione e conferì il trono all'affascinante Cleopatra, con la quale ebbe un'intensa storia d'amore (ne nacque un figlio: Cesarione).
Cesare e Pompeo
Nel 47 a.C. intraprese una campagna militare che rapidamente concluse a Tapso (febbraio del 46); i superstiti seguaci di Pompeo fuggirono in Spagna, ove la resistenza anticesariana fu spezzata definitivamente con la vittoria di Munda, nel marzo del 45 a. C.

Nel 45 - ormai padrone assoluto di Roma - fece solenne ingresso nell'Urbe, celebrando il suo quinto trionfo. Da quel momento in poi Cesare detenne il potere come un sovrano assoluto, ma con l'accortezza di esercitarlo nell'ambito dell'ordinamento repubblicano. Infatti, si guardò bene dall'attribuirsi nuovi titoli, facendosi invece concedere e concentrando nelle proprie mani i poteri che, normalmente, erano divisi tra diversi magistrati. Ottenne pertanto un potere di fatto dittatoriale (prima a tempo determinato e poi, forse dal 45 a.C., a vita), cui associò come magister equitum l'emergente Marco Antonio.

Non meno importanti furono la progressiva detenzione delle prerogative dei tribuni della plebe, dei quali Cesare assunse il diritto di veto e l'inviolabilità personale, e l'attribuzione del titolo permanente di imperator (comandante generale delle forze armate) nel 45 a.C.
Infine, alla sua persona furono attribuiti onori straordinari, quali la facoltà di portare in permanenza l'abito del trionfatore (la porpora e l'alloro), di sedere su un trono aureo e di coniare monete con la sua effigie. Inoltre, al quinto mese dell'antico anno venne dato il suo nome (luglio = Giulio) e nel tempio di Quirino gli fu eretta una statua: sembra che Cesare vi fosse venerato come un dio sotto il nome di Jupiter- Iulius.
Nel periodo che va dal 47 al 44 a.C. Cesare
iniziò una vasta opera di riforma dello Stato: completò l'allargamento della cittadinanza estendendola ai galli dell'Italia Transpadana, restituì i tribunali al Senato e ai cavalieri, limitò il lusso, restrinse l'elenco dei proletari che avevano diritto alle distribuzioni gratuite di frumento, attuò un largo piano di colonizzazione in Italia e fuori d'Italia (nella Gallia Narbonese, in Africa dove fu ricostruita Cartagine, in Grecia con la ricostruzione di Corinto); riformò il calendario portando anche gennaio, agosto e dicembre a 31 giorni e a 30 aprile, giugno, settembre e novembre, formando così l'anno di 365 giorni, ai quali veniva aggiunto il 366 ogni quattro anni (anno bisestile).
Per l'attuazione delle riforme e per la sistemazione del dominio romano, Cesare disponeva di una grande potenza materiale basata sull'esercito e di un ascendente morale senza limiti. Rispettoso del potere politico della plebe, conservò all'assemblea plebea (i comizi tributi) il diritto di nominare i tribuni e gli edili e di promulgare plebisciti; ma tolse al popolo il diritto di associazione, abolendo le corporazioni artigiane. Pensò che fosse urgente assicurare la giustizia amministrativa nelle province, eliminando ogni abuso di funzionari, per mezzo della legge de repetundis , che conservò valore fino a Giustiniano. Favorì l'elevazione graduale delle popolazioni per giungere a un livellamento fra l'Italia e il mondo romano, ma era persuaso che alle province orientali si dovesse lasciare il loro carattere culturale greco, mentre l'opera di romanizzazione doveva attuarsi in occidente.
Le province furono portate a diciotto, dieci in Occidente (Sicilia, Sardegna e Corsica, Gallia Cisalpina, Illirico, Gallia Narbonese, Gallia Comata, Spagna Citeriore, Spagna Ulteriore, Africa Vetus, Africa Nova ) e otto in Oriente (Macedonia, Acaia ed Epiro, Creta, Asia, Bitinia e Ponto, Cilicia Cipro, Siria, Cirenaica), sotto il governo di due consoli uscenti di carica e di sedici ex-pretori scelti col consenso del dittatore.
Dal punto di vista economico promosse alcune riforme a favore dei lavoratori agricoli liberi, riducendo il numero di schiavi e fondando colonie a Cartagine e a Corinto; promosse numerose opere pubbliche e la bonifica delle paludi pontine.
I malumori contro un personaggio di così grandi capacità e ambizioni, in Roma, non si erano mai sopiti. Vi era, ad esempio, il timore che Cesare volesse trasferire a un successore i poteri acquisiti (aveva adottato Ottaviano, il futuro imperatore Augusto), e nel contempo si riteneva inevitabile, o per lo meno altamente probabile, una deriva monarchica dell'avventura umana e politica di Giulio Cesare.

Per questo, mentre Cesare stava preparando una spedizione contro i Parti per vendicare la sconfitta di Crasso, negli ambienti più tradizionalisti e nostalgici dei vecchi ordinamenti repubblicani fu ordita una congiura contro di lui, guidata dai senatori Cassio e Bruto, che lo assassinarono il 15 marzo del 44 a.C. (passate alla storia come le "Idi di marzo").